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postdata postdatatop" style="margin-bottom:1px;">Post n°2690 pubblicato il 14 Maggio 2012 da odette.teresa1958

Concettina Ramondetta FiletiPalermo 1829 - 1900

«Ha bionda la chioma, purpurea la vesta, / brandisce la spada, l’Italia si desta.» Sono i primi due versi di un inno a Garibaldi scritto nel 1861 dalla poetessa palermitana Concettina Ramondetta Fileti, e musicato dal maestro Pietro Platania. Con una certa preveggenza politica, la composizione incita pure alla conquista della Roma papale: «Di Roma e Venezia, fratelli gementi, / Ei giura salvarvi, cessate i lamenti», e così il braccio dell’invitto Nizzardo sostare «potrà quando Italia fia libera ed una».
Lo stesso concetto aveva espresso in un inno a Vittorio Emanuele diffuso all’arrivo del re a Palermo il 1° dicembre 1860: «Dal Campidoglio e da Venezia bella / Italia griderem libera e forte». Programma che non piacque allo storico e sacerdote Isidoro Carini, che pregò invano la poetessa di sopprimere quei versi che suonavano «condanna immeritata al santo vecchio che regge da tanti anni la Chiesa». Lo spiccato spirito patriottico della Ramondetta-Fileti non le consentì di accettare l’invito dell’illustre storico, nonostante il suo sincero sentimento religioso che, tra l’altro, le ispirò una canzone “A Maria Vergine”, musicata dal maestro Bernardo Geraci, e che negli anni passati veniva cantata ogni 8 dicembre nella chiesa dell’Olivella.
Concettina Ramondetta Fileti, considerata fino ai primi decenni del ‘900 come una delle più illustri poetesse d’Italia, nacque il 1° gennaio 1829, nel palazzo che era stato pure dimora del pittore Giuseppe Patania (e che alla strada diede il nome), da aristocratica famiglia. Il padre fu Francesco Sammartino Ramondetta dei duchi di Montalbo; la madre Anna Felice Tarallo della Ferla. Concettina visse in quel palazzo tutta la vita. Lì fece tesoro delle lezioni del letterato e patriota Gaetano Daita, suo maestro. Lì scoprì la sua vena poetica, subito incoraggiata da Tommaso Grossi, romanziere amico del Manzoni. Lì andò sposa, nel 1850, al cavalier Domenico Fileti, ad opera del quale per otto volte «Amore le sorrise, e la cuna le infiorò». Lì, nel 1877, le moriva la maggiore delle sue figlie, Annetta, a soli 24 anni; lutto che per sempre la rese muta per la poesia. Lì, infine, Concettina morì il 1° gennaio 1900.
La Ramondetta-Fileti, dunque, partecipò attivamente di quel clima risorgimentale che vide a Palermo e in Sicilia un fiorire di poetesse dal forte spirito rivoluzionario (come Giuseppina Turrisi Colonna, Rosina Muzio Salvo, Marianna Coffa Caruso, Lauretta Li Greci), e un gran numero di donne di tutti i ceti che partecipavano coraggiosamente ai movimenti antiborbonici.
Concettina si impegnò non soltanto attraverso la poesia, ma scese fisicamente nell’agone, quando, nel marzo del ’49, fuggì di casa per andare a scavare i fossati a Sant’ Erasmo che avrebbero dovuto ostacolare il rientro delle truppe borboniche:
«Lasciami in tutta l’estasi di questo giorno di Paradiso: esso è il più memorabile della mia vita, anzi solo oggi posso contare d’esser vissuta.»
E spiega: «Esitai al pensiero di mia madre, ma mi feci coraggio all’idea che la patria vuol questo servizio da me; e la patria è pur madre: voliamo!». Riconosciuta, nel fuggire, da una vicina che la chiamava per nome, essa correndo shakespearianamente rispondeva: «Io non son io». Poi continua: «Mentre andavo al campo, pensavo tra me stessa: ora non dico soltanto parole, ora anch’io servo la patria: finalmente l’affetto inesprimibile che ho per essa non starà più nascosto nel mio cuore come l’amore della donzella di Shakespeare… Il più difficile ostacolo, che era quello di fuggire di casa, l’ho già superato, e se tratto la zappa, servendomene per la patria mia, essa mi sembra più onorevole della penna con cui Dante scrisse il divino poema…» E ancora racconta: «Un mio amico mi presentò al 5° battaglione della guardia nazionale, a cui recitai un brano del mio inno. Io mi credetti veramente Giovanna D’Arco. Ma non ero armata? e un cuore che palpita per la patria e per la libertà non vale assai più d’un cannone ?»
Oggi, scettici come siamo, diremmo che in tutto ciò c’è tanta retorica. Sì, ma inquadriamolo nella sua epoca, quando la gente, e i giovani in particolare, erano capaci di sentimenti così alti e forti. E anche dopo la restaurazione borbonica del ’49 per Concettina non è ancora il tempo di “ritirarsi in casa e attendere all’educazione dei figli”. Questo avverrà negli anni seguenti. Per ora essa ha vent’anni e vuol continuare la sua azione politico-patriottica mediata dai versi. Così, in quegli anni di restaurazione, fa circolare clandestinamente poesie coraggiose e arditissime. Basti citare soltanto questi versi all’indirizzo di Ferdinando II: «Ma trema! indarno folle gioia ostenti: / gioir non può, fra un popolo che langue, / Re che spreme dal cor d’oppresse genti / lacrime e sangue». E fortuna che non sia incorsa nelle rappresaglie di Salvatore Maniscalco, l’allora capo siciliano dell’ “occhiuta” polizia, che gli autori di scritti clandestini scovava e ferocemente puniva.
Dopo il 1861, fatta l’unità italiana, la Ramondetta-Fileti, esaurita la vena rivoluzionaria, si ispira ai valori famigliari, sociali e letterari. Soprattutto teneri e profondi sentimenti domestici, nella sua limpida poesia, prendono il posto degli eroici furori patriottici. E sono le composizioni particolarmente apprezzate dai più importanti critici e letterati nazionali del suo tempo. E tuttavia questi sentimenti domestici non banalizzano i suoi temi. Come scrisse il poeta Vincenzo Navarro in versi a lei dedicati: «Quest’angelo di amore e di beltade / non canta di ruscelli, / di violette e ninfe e praticelli». Ben lontana è l’Arcadia dalle note profonde di questa «poetessa dal core materno», come la definì l’importante letterato Ugo Antonio Amico, che nel 1906 scrisse: «Poche volte mi è avvenuto legger versi così belli, casti, soavemente malinconici».
Infine, non è privo di senso aggiungere una nota di singolare destino. E cioè che una delle figlie della poetessa, Bianca, sposò Ferdinando Oddo, il quale all’età di 14 anni si era arruolato fra le truppe di Garibaldi.

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